Introduzione
Fin dagli albori della storia umana, il cielo notturno ha rappresentato una presenza costante nella vita quotidiana della nostra specie.
L’osservazione degli astri ha permesso agli individui di misurare il trascorrere del tempo, orientarsi nello spazio, scandire attività e stagioni e costruire sistemi di conoscenze, racconti e rappresentazioni del mondo. Al giorno d’oggi, nonostante le conoscenze astronomiche siano potenzialmente più accessibili che mai, l’esperienza diretta del cielo è diventata meno comune. Nelle aree maggiormente urbanizzate, la possibilità di osservare stelle e altri oggetti celesti è fortemente condizionata dall’illuminazione artificiale e dalla conseguente alterazione del buio naturale della notte. In base a quanto illustrato nell’Atlante Mondiale dell’Inquinamento Luminoso pubblicato da Falchi e collaboratori nel 2016, oltre l’80% della popolazione mondiale e più del 99% di quella europea e statunitense vive sotto cieli interessati dall’inquinamento luminoso; la Via Lattea non è più visibile a oltre un terzo dell’umanità.1
La perdita del cielo stellato non costituisce unicamente un problema per l’osservazione astronomica e lo studio a livello specialistico. L’alterazione della notte naturale produce conseguenze sugli ecosistemi e sulle specie che dipendono dall’alternanza tra luce e buio, come mostra l’ampia letteratura scientifica dedicata agli effetti ecologici della luce artificiale notturna. Le fonti raccolte per questo lavoro documentano, tra gli altri, effetti su piante, insetti, impollinazione, uccelli, pesci e innumerevoli altri organismi.
In aggiunta a ciò, è possibile constatare quanto la progressiva scomparsa dell’oscurità modifichi anche il modo in cui gli esseri umani possono fare esperienza dell’ambiente notturno. Gli stessi autori del New World Atlas of Artificial Night Sky Brightness sottolineano come l’aumento artificiale della luminosità del cielo, oltre a ostacolare l’astronomia osservativa, rappresenti l’alterazione di un’esperienza umana fondamentale: la possibilità di osservare e contemplare direttamente il cielo notturno.
Quest’ultimo aspetto consente di inserire la mancata percezione del cielo stellato all’interno di una problematica più ampia, relativa al rapporto tra gli esseri umani e il resto del mondo naturale. Nelle società contemporanee, una parte crescente delle esperienze quotidiane si svolge in ambienti costruiti e tecnologicamente mediati. La letteratura nell’ambito della psicologia ambientale ha da tempo evidenziato come il rapporto tra individui e ambiente non possa essere ridotto a una semplice relazione tra un soggetto e lo spazio fisico che lo circonda, ma coinvolga dimensioni cognitive, affettive e identitarie. Il paesaggio può diventare anch’esso oggetto di legami emotivi e contribuire alla costruzione di un senso di appartenenza.
In questo contesto assume particolare interesse il fenomeno definito extinction of experience, espressione usata per descrivere la progressiva perdita delle interazioni quotidiane tra esseri umani e natura. Soga e Gaston hanno evidenziato come la diminuzione di queste esperienze possa avere conseguenze non soltanto sul benessere psicofisico delle persone, ma anche sul loro rapporto con il mondo naturale, contribuendo potenzialmente a un processo circolare nel quale una minore esperienza della natura favorisce un progressivo distacco da essa. 2
Per affrontare tale questione è necessario interrogarsi su che cosa significhi sentirsi parte del mondo naturale e su come questa relazione possa essere influenzata dall’esperienza. L’ipotesi della biofilia, gli studi sull’attaccamento ai luoghi e la letteratura sulla nature connectedness offrono prospettive differenti, ma complementari per affrontare il problema. Più recentemente, lo sviluppo del Night Sky Connectedness Index ha mostrato che anche la relazione soggettiva con il cielo notturno può essere studiata empiricamente e messa in rapporto con la più generale connessione alla natura. Questi contributi non dimostrano che l’osservazione astronomica produca comportamenti più orientati verso la protezione dell’ambiente, ma consentono di formulare in termini verificabili la domanda alla base del presente lavoro.
A partire da queste premesse, la presente tesi intende approfondire i presupposti teorici del Project Work Orientarsi con il cielo notturno: riscoprire pianeti e costellazioni nonostante l’inquinamento luminoso, dedicato alla progettazione di un percorso di comunicazione scientifica basato sull’osservazione diretta e progressivamente autonoma del cielo. Il progetto proponeva l’esperienza astronomica non soltanto come occasione per acquisire conoscenze, ma anche come possibilità per sviluppare un rapporto più diretto con una componente del proprio ambiente quotidiano, limitando la mediazione tecnologica senza escluderla e valorizzando osservazione, dialogo e partecipazione. Il lavoro qui proposto intende approfondire proprio questo presupposto, collocandolo all’interno della letteratura sul rapporto persona-natura e interrogandosi sulle possibili implicazioni ambientali.
La domanda di ricerca può quindi essere formulata nei seguenti termini: è possibile considerare l’osservazione del cielo notturno come una forma di esperienza diretta del mondo naturale, capace di rafforzare la connessione persona-natura e, indirettamente, favorire atteggiamenti orientati alla sostenibilità ambientale? L’obiettivo non è dimostrare l’esistenza di una relazione causale diretta tra osservazione astronomica e comportamenti ecosostenibili, per la quale le evidenze disponibili non sarebbero sufficienti, ma verificare se la letteratura consenta di costruire un quadro teorico coerente entro cui interpretare l’esperienza del cielo come possibile occasione di riconnessione con il mondo naturale.
Il lavoro si articolerà in quattro capitoli. Il primo prenderà in esame alcuni dei principali riferimenti teorici riguardanti la relazione tra esseri umani e natura, dalla biofilia all’attaccamento ai luoghi. Il secondo affronterà la progressiva perdita dell’esperienza diretta della natura e della notte, con particolare attenzione all’inquinamento luminoso. Il terzo analizzerà la nature connectedness e le sue possibili relazioni con gli atteggiamenti pro-ambientali. Il quarto, infine, concentrerà l’attenzione sul cielo notturno e sul ruolo che l’osservazione astronomica può assumere nell’ambito della comunicazione scientifica e ambientale.
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1.1 Essere umani dentro la natura
Il rapporto tra esseri umani e natura è caratterizzato da un’apparente contraddizione. Da un lato, la nostra specie dipende dall’ambiente e dai suoi processi tanto quanto qualsiasi forma di vita; dall’altro, soprattutto nella cultura occidentale, natura e umanità sono state spesso rappresentate come realtà distinte, quando non contrapposte. Discutere di una necessità di “riconnettersi” alla natura presuppone proprio questa separazione: è possibile recuperare il rapporto con qualcosa solo dal momento in cui si percepisce l’esistenza di una distanza.
La distinzione tra natura e cultura, tuttavia, diventa meno netta se osservata da una prospettiva evolutiva. La storia di Homo sapiens si è articolata attraverso una continua interazione con l’ambiente e le altre forme di vita e la cultura stessa non si è affatto sviluppata in maniera indipendente da tale relazione. In Ripensare l’Antropocene. Oltre natura e cultura, Paola Govoni, Maria Giovanna Belcastro, Alessandra Bonoli e Giovanna Guerzoni propongono proprio di superare una lettura rigidamente dicotomica del rapporto tra natura e cultura, adottando invece una prospettiva che tenga conto allo stesso modo di ambienti, umanità e tecnologia. 3 Il punto di partenza non consiste quindi nell’immaginare l’essere umano posto di fronte alla natura da osservatore esterno, ma nel riconoscerlo come facente parte di una rete di relazioni biologiche, ambientali e culturali.
Una tale prospettiva acquista particolare rilevanza nell’epoca attuale, definita in alcuni ambiti Antropocene, termine con il quale viene indicato il periodo in cui l’azione umana ha assunto una capacità di trasformazione del sistema terrestre senza precedenti. Al di là del dibattito riguardo a una possibile formalizzazione come epoca geologica, il concetto ha avuto una notevole fortuna culturale perché costringe a interrogarsi sulla posizione occupata sul pianeta Terra dalla nostra specie. Le attività umane modificano il clima, agiscono sugli ecosistemi, i cicli biogeochimici e i paesaggi, rendendo sempre più difficile immaginare natura e società come due sistemi indipendenti. Allo stesso tempo, proprio questa crescente capacità di trasformare e controllare l’ambiente può contribuire alla percezione di una maggiore distanza da esso.
La separazione al centro del problema non è solo teorica. Una parte consistente dell’esperienza contemporanea si svolge in ambienti artificiali o fortemente modificati dall’azione umana, mentre luce artificiale, climatizzazione e strumenti digitali permettono di ridurre alcuni dei vincoli che legano le attività quotidiane alle condizioni ambientali. Ciò non vuol dire considerare la tecnologia come antagonista della natura, ma interrogarsi su come la trasformazione delle condizioni dell’esperienza possa modificare la percezione del nostro rapporto con l’ambiente.
Gli studi sulla human-nature connection mostrano quanto questa relazione sia complessa. Una revisione multidisciplinare condotta da Ives e collaboratori su 475 pubblicazioni distingue tre principali prospettive di studio, relative alla dimensione psicologica e cognitiva, all’esperienza e al legame con i luoghi. Gli autori osservano inoltre come lo stesso termine “natura” rimanga spesso privo di una definizione esplicita.4
La problematica diventa ancora più evidente quando l’analisi si sposta dagli ambienti generalmente associati all’idea di natura (boschi, montagne, corsi d’acqua, animali non umani e vegetazione) a elementi di solito meno considerati come facenti parte di questa relazione. Il cielo rappresenta un caso peculiare di questa “zona di confine”: non è un ambiente artificiale, né tantomeno separato da quello terrestre: alternanza tra giorno e notte, cicli stagionali e visibilità degli astri hanno accompagnato l’intera storia biologica e culturale della nostra specie. Eppure, quando si discute di esperienza nella natura, il riferimento al cielo notturno è decisamente meno immediato rispetto a quello dedicato agli altri elementi del paesaggio.
1.2 La biofilia come predisposizione verso il mondo vivente
Una delle prospettive più pertinenti per interpretare il rapporto tra esseri umani e natura è quella della biofilia, associata in primo luogo al biologo e sociobiologo statunitense Edward O. Wilson. Il termine, usato da Wilson già alla fine degli anni Settanta e sviluppato successivamente nel volume Biophilia del 1984, indica l’ipotesi secondo la quale negli esseri umani esisterebbe una predisposizione a rivolgere attenzione verso la vita e i processi che la caratterizzano. 5 Non si tratterebbe semplicemente di un apprezzamento estetico per gli ambienti naturali, né di un generico amore per la natura, ma di una tendenza che avrebbe radici nella storia evolutiva della nostra specie.
Secondo l’ipotesi di Wilson, la lunga storia evolutiva della nostra specie in costante relazione con l’ambiente avrebbe contribuito a modellare alcune predisposizioni percettive ed emotive. La capacità di riconoscere risorse, altre specie, pericoli e cambiamenti ambientali ha infatti avuto conseguenze dirette sulla sopravvivenza, mentre la diffusione degli ambienti urbanizzati rappresenta un fenomeno relativamente recente.
Wilson non descrive però la biofilia come un istinto basilare e immutabile. Negli sviluppi successivi dell’ipotesi la definisce piuttosto come un insieme complesso di predisposizioni, la cui espressione viene modellata attraverso l’apprendimento e l’esperienza. 6 Questa precisazione è importante perché evita una lettura rigidamente deterministica del concetto: l’eventuale componente biologica non esclude il ruolo della cultura. Al contrario, predisposizione ed esperienza interagiscono nella costruzione del rapporto che ciascun individuo sviluppa con gli altri organismi e con l’ambiente.
Un esempio è rappresentato dalla cosiddetta savanna hypothesis, secondo la quale alcune caratteristiche dei paesaggi aperti simili alle savane potrebbero essere associate a preferenze riconducibili alla storia evolutiva umana. 7
Balling e Falk, nel 1982, tentarono di verificare sperimentalmente questa possibilità confrontando le preferenze espresse da diverse fasce d’età verso cinque biomi naturali. I bambini mostrarono una preferenza significativa per la savana, mentre con l’età acquistavano maggiore importanza gli ambienti familiari. Gli stessi autori considerarono i risultati solo un sostegno limitato all’ipotesi, evidenziando così il possibile ruolo congiunto di predisposizione ed esperienza. 8
Considerare la biofilia una predisposizione e non un comportamento automatico attribuisce quindi un ruolo centrale all’esperienza: la possibilità di incontrare, conoscere e attribuire significato agli elementi naturali possono contribuire al modo in cui la relazione con essi viene costruita nel corso della vita.
Proprio per questo la biofilia non dovrebbe essere interpretata come la prova che ogni essere umano ami spontaneamente qualsiasi elemento naturale. Il rapporto con la natura comprende anche paura, repulsione e percezione del pericolo. Nella successiva formulazione della Biophilia Hypothesis, Wilson e gli altri autori hanno discusso infatti non soltanto le forme di attrazione verso il vivente, ma anche risposte di segno opposto. La relazione con il mondo naturale appare quindi articolata: ciò che l’ipotesi suggerisce non è l’esistenza di un sentimento universalmente positivo, quanto la possibilità che la nostra specie possieda una particolare predisposizione a prestare attenzione agli organismi e ai processi naturali, sulla quale esperienza e cultura possono intervenire in modi differenti. 9
Una simile distinzione è particolarmente importante quando si prova ad applicare il concetto di biofilia al tema centrale della presente tesi. Il cielo stellato non appartiene infatti al “mondo vivente” nel senso stretto su cui si concentra la formulazione originaria di Wilson. Stelle, pianeti e fenomeni astronomici non sono organismi e sarebbe quindi improprio considerarli automaticamente oggetti della biofilia soltanto perché appartengono alla natura. La teoria può tuttavia offrire un primo quadro per comprendere come la relazione degli esseri umani con l’ambiente possa essere influenzata dalla loro storia evolutiva e dalle possibilità di farne esperienza.
1.3 Paesaggio, appartenenza e attaccamento ai luoghi
La biofilia non esaurisce le forme attraverso cui gli esseri umani possono entrare in relazione con l’ambiente. Luoghi e paesaggi vengono infatti osservati, trasformati e caricati di significati: un bosco, un tratto di campagna o un litorale possono diventare spazi familiari e partecipare alla costruzione dell’identità individuale e collettiva.
Questo tipo di relazione è centrale nel concetto di topophilia, elaborato dal geografo Yi-Fu Tuan per descrivere i legami affettivi che uniscono le persone ai luoghi e agli ambienti. 10 Tali legami possono nascere da esperienze e contesti molto differenti.
La trattazione di Tuan permette di superare una concezione puramente oggettiva dell’ambiente. Uno stesso spazio, infatti, può essere vissuto diversamente perché la sua percezione dipende anche da cultura, conoscenze, ricordi ed emozioni. Un luogo può così acquistare significato attraverso esperienze personali, attività considerate importanti o qualità estetiche.
Il rapporto tra ambiente, esperienza e identità è stato approfondito anche dalla psicologia ambientale attraverso il concetto di place attachment, usato per indicare il legame che può svilupparsi tra una persona e un luogo. Scannell e Gifford hanno organizzato le diverse interpretazioni del fenomeno in un modello articolato nelle dimensioni person, process e place: chi sviluppa il legame, i processi psicologici attraverso cui esso si manifesta e le caratteristiche fisiche e sociali del luogo. 11
Esperienza, memoria e significati personali possono quindi contribuire a rendere alcuni ambienti parte dell’identità individuale, tanto che una loro trasformazione può essere vissuta come una perdita. 12
Un ambiente non deve necessariamente essere straordinario o incontaminato per acquisire valore e il legame può costruirsi attraverso frequentazione ed esperienza ripetuta. La relazione con la natura si può sviluppare non soltanto durante l’incontro occasionale con ambienti percepiti come “selvaggi” o eccezionali, ma anche attraverso il paesaggio ordinario nel quale si articola la vita di tutti i giorni.
Il place attachment non coincide tuttavia con la connessione con la natura, in quanto può riguardare qualsiasi luogo, compresi ambienti fortemente urbanizzati o valorizzati soprattutto per ragioni sociali e culturali. La nature connectedness riguarda invece la relazione percepita con il mondo non artificiale. I due fenomeni possono sovrapporsi, ma rimangono concettualmente distinti.
Anche il rapporto tra place attachment e tutela ambientale non è automatico, poiché un forte legame con un luogo può favorirne la protezione, ma la letteratura mostra effetti differenti sulla percezione dei rischi e le risposte adottate. 13 Questo aspetto invita già a distinguere il legame con un ambiente dai comportamenti messi in atto nei suoi confronti.
Topophilia e place attachment permettono di ampliare il discorso oltre la relazione con il vivente: dal momento in cui un ambiente acquista significato anche attraverso percezione, familiarità ed esperienza, è possibile interrogarsi sul ruolo del cielo notturno nella costruzione del paesaggio vissuto. Il buio, la Luna e la visibilità degli astri contribuiscono infatti alla percezione dell’ambiente in cui ci troviamo.
Si tratta, tuttavia, di una possibilità interpretativa: gli studi considerati finora non dimostrano che l’osservazione del cielo produca un maggiore attaccamento a un luogo o una maggiore connessione alla natura. Mostrano piuttosto che la relazione con l’ambiente dipende anche dall’esperienza e dai significati che gli vengono attribuiti.
1.4 Da biofilia e place attachment alla connessione persona-natura
Biofilia e place attachment affrontano da prospettive diverse il rapporto tra esseri umani e ambiente. La prima richiama le possibili radici evolutive dell’interesse verso il vivente, mentre il secondo pone al centro esperienza e significati attribuiti ai luoghi. Nessuno dei due concetti coincide però con la percezione più generale di appartenere al mondo naturale.
La letteratura utilizza concetti quali nature connectedness, connectedness to nature, nature relatedness e identità ambientale, privilegiando a seconda dei casi componenti emotive, cognitive, identitarie o esperienziali. 14
Questa pluralità emerge anche nella revisione di Ives e collaboratori, che distingue la human-nature connection nelle dimensioni mind, experience e place. 15
Un passaggio importante verso lo studio empirico di questa relazione è rappresentato dalla Connectedness to Nature Scale (CNS), proposta nel 2004 da F. Stephan Mayer e Cynthia McPherson Frantz per indagare la percezione soggettiva di appartenenza e relazione con il mondo naturale. 16 La sua rilevanza, ai fini di questa tesi, risiede soprattutto nella possibilità di rendere empiricamente indagabile una dimensione della relazione persona-natura.
Su questo terreno riemerge una questione già incontrata all’inizio del capitolo: cosa intendiamo quando ci riferiamo al termine “natura”? Ives e collaboratori osservano che una parte consistente della letteratura sulla connessione persona-natura utilizza il termine senza però darne una definizione esplicita. Questa ambiguità non è affatto una caratteristica secondaria, perché se quello che viene incluso nella categoria di natura cambia, varia anche ciò con cui l’individuo può percepire la relazione. Una definizione limitata agli organismi viventi o agli ambienti non artificiali conduce infatti a un quadro diverso rispetto a una visione che comprenda anche elementi geologici, fenomeni atmosferici, cicli stagionali e variazioni di luminosità.
Ai fini del presente lavoro non è necessario arrivare a una definizione certa e universale del concetto di natura, problema che oltrepasserebbe gli obiettivi della trattazione. È però necessario chiarire in quale senso il termine verrà usato nelle pagine successive. Con “mondo naturale” farò riferimento non solo agli organismi viventi, ma anche all’insieme dei processi e delle componenti fisiche dell’ambiente terrestre che, per esistere, non dipendono dall’intervento umano, pur potendo essere profondamente modificati da quest’ultimo. In tale prospettiva è possibile includere il ciclo giorno-notte, l’oscurità naturale e i fenomeni atmosferici e astronomici percepibili dalla superficie della Terra. Una simile scelta non pretende di risolvere il dibattito sulla distinzione tra naturale e artificiale, ma stabilisce il significato operativo adottato nel presente lavoro.
Il cielo notturno rimane quindi una zona di confine, poiché non rientra nel mondo vivente al quale si riferisce la biofilia e il place attachment non consente, da solo, di considerare l’osservazione astronomica una forma di connessione alla natura. La nature connectedness permette invece di formulare questa possibilità come una domanda da sottoporre alle evidenze disponibili.
Stabilire l’esistenza di un simile rapporto richiede però qualcosa di più che mostrare come il cielo possa suscitare interesse, piacere estetico o sense of wonder. Occorre capire quali condizioni rendano possibile un’esperienza di questo tipo e che cosa accade quando una parte dell’ambiente, pure continuando fisicamente a esistere, diventa sempre più difficile da percepire. Nel caso del cielo notturno questa domanda si ricollega direttamente al problema dell’inquinamento luminoso e alla progressiva scomparsa dell’oscurità dall’esperienza quotidiana. Prima di verificare se il cielo possa rappresentare uno strumento di riconnessione, bisogna quindi considerare cosa significhi perderlo.
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2.1 Dall’esperienza della natura alla sua progressiva mediazione
Perdere l’esperienza della natura non equivale a una totale separazione fisica dagli ambienti naturali. Un individuo può vivere in prossimità di un ambiente non artificiale, rapportarsi quotidianamente con altre specie o essere esposto e soggetto ai cambiamenti stagionali, senza che questi elementi assumano un ruolo significativo nella propria esperienza. È necessario considerare anche la frequenza, la qualità e il significato delle interazioni che si stabiliscono con il mondo naturale.
A partire dagli anni Novanta, il biologo e scrittore Robert Michael Pyle ha usato l’espressione extinction of experience per descrivere la progressiva riduzione dei contatti quotidiani con la natura. Il concetto è stato in un secondo momento ripreso e approfondito in ambito scientifico, fino a diventare oggetto di una specifica linea di ricerca. Nel 2016 Masashi Soga e Kevin J. Gaston ne hanno proposto una revisione, definendo il fenomeno come una progressiva perdita delle interazioni tra esseri umani e natura nella vita quotidiana. 17 Gli autori prendono in considerazione soprattutto il contatto con ambienti naturali e fauna, sottolineando come la riduzione di tali esperienze non debba essere interpretata soltanto in termini quantitativi. A cambiare può essere anche la qualità delle occasioni di familiarizzare con animali non umani e di imparare a riconoscerli.
Le cause dei suddetti cambiamenti sono molteplici e non possono essere ricondotte unicamente alla diffusione delle tecnologie digitali. L’urbanizzazione modifica la disponibilità e l’accessibilità degli ambienti naturali e, parallelamente, abitudini e stili di vita possono ridurre il tempo trascorso all’aperto e le occasioni di incontri spontanei con flora e fauna. Soga e Gaston distinguono, a questo proposito, tra la perdita delle opportunità di fare esperienza della natura e una progressiva modifica nell’orientamento delle persone, che può tradursi in una minore propensione a cercare quelle stesse esperienze.
Quest’ultimo punto rende il fenomeno particolarmente rilevante ai fini di questa analisi. L’extinction of experience, infatti, non descrive solo qualcosa che ci viene sottratto dall’esterno, come potrebbe accadere quando un ambiente naturale scompare, muta o diventa inaccessibile. La diminuzione delle interazioni può incidere sulla familiarità e sull’interesse verso la natura e contribuire, a sua volta, a ridurre la ricerca di nuove occasioni di contatto. Soga e Gaston fanno riferimento proprio a un possibile ciclo di disaffezione: una minore quantità di esperienze può indebolire emozioni e atteggiamenti positivi, rendendo ulteriormente improbabili successive interazioni. Si delinea così un processo nel quale esperienza e disposizione individuale possono influenzarsi a vicenda.
Non è necessario, però, attribuire a ogni esperienza naturale lo stesso valore, né aspettarsi che il contatto con la natura debba essere per forza intrinsecamente positivo. Già al momento di prendere in considerazione l’ipotesi di biofilia, è emerso come il mondo naturale possa suscitare non solo attrazione, ma anche paura, disagio e repulsione. A questo punto è necessario soffermarsi in particolar modo sulla possibilità stessa dell’incontro. Per far sì che un elemento dell’ambiente possa essere riconosciuto, interpretato e assumere significato, deve innanzitutto entrare a far parte dell’esperienza di chi lo osserva.
La progressiva riduzione delle esperienze legate alla natura può inoltre modificare il riferimento attraverso cui vengono percepite le condizioni ambientali. Se una generazione cresce in un ambiente già impoverito, può considerare tale condizione normale e avere minori possibilità di riconoscere ciò che è stato perso. Kahn ha descritto un processo analogo attraverso il concetto di environmental generational amnesia, riferito alla tendenza ad assumere come riferimento le condizioni ambientali sperimentate durante la propria vita.18
A questo punto possiamo porci una domanda: è possibile interrogarsi sulla possibilità di estendere il problema al cielo notturno, pur con le dovute cautele? Come risulta chiaro dall’analisi precedente, la letteratura sull’extinction of experience presa in esame riguarda prevalentemente ambienti naturali e organismi viventi e non è sufficiente, da sola, per inserire la perdita del cielo stellato all’interno dello stesso fenomeno. L’analogia può però essere formulata come problema di ricerca: anche in questo caso esiste una componente dell’ambiente la cui esperienza diretta può diventare sempre meno accessibile, fino al punto che la sua perdita rischia di non essere più percepita come tale.
2.2 L’esperienza del buio
Se vogliamo cogliere le implicazioni di questa particolare forma di perdita, occorre prima spostare l’attenzione dal cielo notturno alla condizione che ne rende possibile la visione: l’oscurità. Il buio non è solo uno sfondo sul quale compaiono gli astri, ma una caratteristica fisica dell’ambiente notturno. La vita sulla Terra si è infatti evoluta per miliardi di anni in un ambiente con cicli regolari di illuminazione, ai quali gli organismi si sono adattati modulando comportamenti e ritmi circadiani. L’alternanza tra luce e buio ha calibrato l’orologio biologico di gran parte delle creature esistenti, dai cianobatteri ai primi organismi dotati di organi di senso nel Cambriano, fino agli esseri umani. La diffusione della luce artificiale ha però modificato questo equilibrio con un’intensità senza precedenti. Bará e Falchi descrivono infatti l’inquinamento luminoso come un’alterazione dei livelli naturali di oscurità, prodotta dall’aumento della presenza di luce di origine antropica nell’ambiente notturno. 19
L’invenzione dell’illuminazione elettrica e la sua progressiva diffusione hanno prima di tutto prodotto una trasformazione inedita nella vita umana. La disponibilità di luce consente di prolungare le attività oltre il tramonto, utilizzare in sicurezza spazi che altrimenti rimarrebbero difficilmente accessibili e rendere la vita sociale e produttiva non dipendente dall’alternanza naturale tra giorno e notte. Bará e Falchi sottolineano quanto l’illuminazione sia ormai divenuta un’infrastruttura ordinaria delle società contemporanee, al punto che la sua presenza tende a essere data per scontata.
Anche per tale ragione, l’immaginario collettivo spesso non permette di considerare l’assenza di oscurità come una perdita che può avere anche conseguenze negative. Il buio viene spesso ritenuto temibile e affrontato come una condizione da correggere: illuminare significa rendere visibile, aumentare la sicurezza personale e far diventare accessibili spazi che normalmente non lo sarebbero. I vantaggi sono stati tali che l’essere umano ha trasformato questa opposizione funzionale tra luce e oscurità in un giudizio di valore, secondo il quale la prima rappresenterebbe un beneficio e la seconda soltanto un limite.
L’essere umano sembra essere una specie che, se ne ha la possibilità, teme il buio e illumina la notte, ma sarebbe riduttivo trovare la causa di ciò solo in fattori sociali, economici e culturali.
L’Homo sapiens è un animale prevalentemente diurno e la vista costituisce uno dei principali canali attraverso cui percepisce l’ambiente circostante. In condizioni di scarsa illuminazione la visione umana cambia sensibilmente e con l’adattamento al buio aumenta il ruolo dei bastoncelli, fotorecettori particolarmente sensibili alla luce, ma incapaci di fornire una visione cromatica. La minore quantità di informazioni visive disponibili durante la notte può contribuire alla sensazione di vulnerabilità associata all’oscurità. È stato inoltre ipotizzato che la paura del buio possa avere anche una componente evolutiva: per gran parte della storia umana, infatti, le ore notturne hanno comportato una maggiore esposizione ad alcuni pericoli, compresa la predazione. Questa interpretazione non esclude naturalmente il ruolo assunto nel tempo da fattori culturali e sociali nel determinare il modo in cui percepiamo e rappresentiamo l’oscurità. 20
L’illuminazione notturna risponde quindi a esigenze reali e ha ampliato enormemente le possibilità dell’attività umana. Da questa prospettiva, la perdita del buio può sembrarci addirittura auspicabile.
Essere privi dell’esperienza naturale della notte, invece, può alterare le condizioni nelle quali l’ambiente notturno viene percepito e vissuto. Il cambiamento non interessa solo i luoghi direttamente occupati dalle sorgenti luminose, perché la luce è in grado di propagarsi, essere riflessa dalle superfici e diffusa nell’atmosfera, modificando l’oscurità anche a notevole distanza dalle aree nelle quali è stata prodotta. In prossimità dei centri urbani, il risultato è spesso una sorta di crepuscolo permanente che sostituisce le condizioni di oscurità naturale.
Alcuni studi recenti hanno iniziato a considerare esplicitamente questa dimensione esperienziale. Le ricerche sulla natural darkness sono al momento ancora limitate e non consentono ampie trattazioni, ma mostrano comunque un dato significativo: di fronte a un quesito diretto, gli individui non descrivono l’esperienza del buio in termini esclusivamente positivi o negativi. All’interno di uno studio qualitativo condotto da Frey e Harper, ad esempio, i partecipanti hanno associato l’esperienza dell’oscurità naturale sia a sensazioni di connessione e raccoglimento, sia alla paura, che in alcuni casi poteva risultare intensa. 21 Simili risultati confermano che l’esperienza della notte è in realtà complessa e ambivalente e non può essere ridotta alla sola visibilità degli astri.
La perdita dell’oscurità si conferma come un’assenza peculiare, in quanto non possiamo descriverla come un’effettiva scomparsa materiale della notte, ma piuttosto come una variazione delle condizioni in cui possiamo farne esperienza. Il cielo notturno esiste ancora, anche sopra le città illuminate, ma una parte di ciò che sarebbe visibile in condizioni naturali è quotidianamente cancellata dall’inquinamento luminoso. Per comprendere la portata di questa trasformazione occorre passare dal significato del buio ai meccanismi attraverso cui la luce artificiale altera concretamente l’ambiente notturno, fino agli effetti che produce sull’intero ecosistema.
2.3 L’inquinamento luminoso come problema ambientale
Uno dei primi effetti riconosciuti dell’inquinamento luminoso riguarda l’astronomia osservativa. La dispersione della luce artificiale nell’atmosfera aumenta infatti la luminosità del fondo cielo, riducendo il contrasto necessario per distinguere gli oggetti celesti più deboli e lontani. La progressiva espansione dell’illuminazione artificiale ha tuttavia mostrato come il fenomeno non possa essere circoscritto alla difficoltà di osservare le stelle. Come già affermato precedentemente, la luce costituisce una fonte di informazione per gli organismi e modificarne intensità, distribuzione, durata e composizione spettrale durante la notte significa intervenire sulle condizioni all’interno delle quali la vita si è evoluta. 22
È utile, a questo proposito, distinguere tra astronomical light pollution ed ecological light pollution: nel primo caso l’effetto più evidente è lo skyglow, cioè l’aumento della luminosità del cielo dovuto alla luce artificiale diffusa nell’atmosfera. L’ecological light pollution comprende invece le alterazioni dei regimi naturali di luce e buio che interessano direttamente gli organismi e gli ecosistemi. Le due dimensioni sono collegate, ma non coincidono, in quanto una sorgente luminosa può avere conseguenze sugli organismi presenti nelle sue vicinanze anche nei casi in cui il suo contributo alla luminosità complessiva del cielo sia relativamente contenuto. 23
Questa distinzione permette di comprendere come mai il problema non possa essere misurato soltanto chiedendosi quante stelle siano ancora visibili a occhio nudo. Gli organismi utilizzano l’alternanza tra luce e oscurità in modi differenti e, mentre per alcuni la luce rappresenta una risorsa che consente di vedere e orientarsi, per altri costituisce un segnale attraverso il quale regolare la propria migrazione, modulare la riproduzione e i ritmi biologici. Gaston e collaboratori hanno mostrato come l’illuminazione artificiale possa intervenire su entrambi questi livelli, alterando i regimi naturali di luce in ogni suo aspetto. Gli effetti possono manifestarsi in diversi ambiti dell’organizzazione biologica e le risposte degli organismi possono attivarsi anche con quantità di luce relativamente basse.
Un esempio peculiare è quello degli insetti notturni. Le sorgenti luminose artificiali possono modificarne gli spostamenti, aumentare il rischio di predazione e interferire con la riproduzione e la comunicazione. Negli organismi bioluminescenti, come le lucciole, l’aumento della luminosità ambientale può inoltre mascherare i segnali usati durante il corteggiamento. Gli effetti variano in relazione alla specie e alle caratteristiche della sorgente luminosa e possono interessare differenti fasi del ciclo vitale. 24
Un altro esempio significativo riguarda gli uccelli. Una recente meta-analisi, condotta su 36 studi relativi a 30 specie, ha rilevato effetti sulla durata del sonno, sui ritmi di attività e su alcuni processi fisiologici, con risposte particolarmente evidenti nelle specie migratrici. Queste ultime possono inoltre essere attratte o disorientate dalle aree illuminate durante gli spostamenti notturni, modificando le proprie traiettorie o la scelta delle zone di sosta.25
Gli effetti possono estendersi anche alle relazioni tra specie e, più in generale, al funzionamento degli ecosistemi. Per questo la ricerca sull’illuminazione artificiale notturna non considera solo le risposte dei singoli organismi, ma anche le possibili conseguenze sulle interazioni ecologiche. L’Artificial Light At Night (ALAN) può quindi essere considerata una forma di alterazione ambientale, sebbene rimangano ancora lacune sugli effetti a lungo termine e sulle conseguenze a più ampia scala.
Considerare il problema a livello ecosistemico non implica rinunciare all’illuminazione artificiale. Le strategie di mitigazione possono intervenire su quantità e durata della luce, sulla direzione del flusso luminoso e le caratteristiche spettrali delle sorgenti, con l’obiettivo di usare l’illuminazione dove e quando è necessaria, limitandone la dispersione nell’ambiente. 26
Considerare l’inquinamento luminoso un problema ambientale permette infine di ricondurre il discorso alla dimensione dell’esperienza. Gli esseri umani fanno parte degli ambienti trasformati dalla luce artificiale e ne sperimentano direttamente alcuni effetti. Tra quelli più pertinenti a questa trattazione vi è la progressiva riduzione del numero di stelle e oggetti celesti visibili.
2.4 La perdita del cielo
La luce artificiale prodotta sulla superficie terrestre non rimane confinata nei luoghi che si intende illuminare. Una parte viene emessa o riflessa verso l’alto e poi diffusa dalle molecole e dagli aerosol presenti nell’atmosfera, producendo lo skyglow. Il risultato è un aumento della luminosità del fondo del cielo che riduce il contrasto tra gli astri e l’ambiente circostante. Le stelle meno luminose diventano progressivamente invisibili, fino a quando nei cieli urbani restano osservabili solo gli oggetti più brillanti. È questo uno degli impatti più immediatamente riconoscibili dell’inquinamento luminoso e, nello stesso tempo, quello che trasforma un fenomeno “astratto” in una perdita sperimentabile nella quotidianità da chiunque.
I dati sulla diffusione globale dell’inquinamento luminoso, già richiamati nell’introduzione, mostrano quanto questa trasformazione interessi una parte consistente della popolazione. A questo punto, tuttavia, diventa rilevante soprattutto la dimensione esperienziale della perdita.
Un elemento significativo emerge da studi più recenti, come ad esempio il progetto di citizen science Globe at Night che, tra il 2011 e il 2022, ha raccolto 51.351 osservazioni volte a misurare la visibilità stellare a occhio nudo. Analizzando questi dati, Christopher Kyba e collaboratori hanno rilevato una diminuzione del numero di stelle visibili compatibile con un aumento medio della luminosità del cielo, nella banda percepita dall’occhio umano, compreso tra il 7 e il 10% annuo. 27 Una simile progressione implica un cambiamento osservabile anche nell’arco di una singola vita: gli autori esemplificano il fenomeno mostrando che, in condizioni corrispondenti alla tendenza rilevata, un bambino nato in un luogo dove erano visibili 250 stelle potrebbe distinguerne, al compimento dei diciotto anni, meno di 100.

L’esempio richiama anche i problemi dell’extinction of experience e dell’environmental generational amnesia affrontati all’inizio del capitolo. Chi cresce sotto un cielo artificialmente illuminato può assumere quelle condizioni come riferimento ordinario, senza possedere un termine di paragone per ciò che non è più visibile. Non si tratta di identificare automaticamente la perdita del cielo con l’extinction of experience, studiata soprattutto in relazione agli organismi e agli ambienti naturali terrestri, ma di ipotizzare un meccanismo analogo.
Il cielo possiede inoltre una caratteristica che rende questa situazione peculiare poiché, a differenza di un ambiente naturale distrutto, totalmente alterato o reso fisicamente inaccessibile, ciò che viene nascosto dall’inquinamento luminoso continua a trovarsi nello stesso luogo. Le stelle non si sono estinte e la Via Lattea non è scomparsa, ma ad essere cambiato è l’ambiente dal quale vengono osservate. Falchi e collaboratori definiscono proprio l’aumento artificiale della luminosità del cielo una profonda alterazione di un’esperienza umana fondamentale, quella di poter osservare il cielo notturno.
La perdita del cielo riguarda quindi anche la possibilità di farne esperienza diretta. Immagini, libri, planetari e strumenti digitali consentono di conoscere oggetti non visibili dal luogo in cui ci troviamo e possiedono un importante valore educativo, ma costituiscono una modalità di esperienza diversa dal trovarsi fisicamente sotto un cielo così buio da osservare stelle e Via Lattea a occhio nudo. La distinzione non implica una svalutazione della tecnologia, ma riguarda la differenza tra conoscere un elemento dell’ambiente attraverso una mediazione e percepirlo direttamente.
La progressiva scomparsa del cielo stellato dalla vita quotidiana può quindi essere considerata anche dal punto di vista della relazione persona-natura. Riconoscere questa perdita non consente però di concludere che recuperare un’esperienza diretta del cielo produca una maggiore sensibilità ambientale. Per affrontare questo passaggio occorre esaminare più da vicino le evidenze sul rapporto tra esperienza, nature connectedness e atteggiamenti pro-ambientali.
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3.1 Che cosa significa sentirsi connessi al mondo naturale
Per esaminare il rapporto tra esperienza e connessione con la natura è necessario chiarire che cosa significhi, sul piano psicologico, sentirsi connessi al mondo naturale. La nature connectedness non coincide con l’apprezzamento estetico di un paesaggio, con il semplice contatto con la natura o con l’acquisizione di conoscenze, ma riguarda il modo in cui una persona percepisce la relazione tra sé stessa e il resto del mondo naturale.
Come anticipato nel primo capitolo, la Connectedness to Nature Scale (CNS) di Mayer e Frantz rappresenta uno dei principali tentativi di rendere misurabile questa relazione. I suoi quattordici item indagano aspetti legati alla percezione di appartenenza e relazione con il mondo naturale; gli autori l’hanno presentata originariamente come una misura soprattutto affettiva ed esperienziale. 28
Nel 2009 Jeffrey Perrin e Victor Benassi hanno tuttavia messo in discussione l’interpretazione della CNS come misura specificamente emotiva. La loro analisi suggerisce che gli item riflettano soprattutto convinzioni cognitive relative al rapporto con la natura. 29 La critica non invalida necessariamente lo strumento, ma evidenzia la difficoltà di ricondurre una relazione complessa come quella tra persona e natura a una singola componente psicologica.
Gli strumenti sviluppati successivamente confermano questa pluralità: alcune misure privilegiano l’inclusione della natura nella rappresentazione del sé, altre l’identità ambientale o differenti componenti affettive, cognitive ed esperienziali. Pur con differenze teoriche e metodologiche, condividono quindi l’interesse per il modo in cui gli individui percepiscono la propria relazione con il mondo naturale.
Questa pluralità rende più complesso il confronto tra studi, ma chiarisce anche una distinzione fondamentale: sentirsi parte della natura non equivale a possedere conoscenze scientifiche o opinioni favorevoli alla tutela ambientale. Conoscenze, atteggiamenti, identità, emozioni ed esperienza possono interagire, senza per questo costituire dimensioni equivalenti.
Diviene quindi centrale chiedersi se la nature connectedness sia una caratteristica stabile, oppure possa essere modificata dall’esperienza. Dato che le ricerche condotte negli ultimi anni suggeriscono che, almeno in parte, possa variare, è allora necessario esaminare le evidenze esistenti sul ruolo delle esperienze dirette della natura.
3.2 L’esperienza diretta può rafforzare la connessione con la natura?
Il rapporto tra esperienza e connessione con la natura presenta innanzitutto un problema di direzione causale, in quanto chi si sente maggiormente connesso può essere più incline a cercare il contatto con gli ambienti naturali, ma è anche possibile che siano le esperienze ripetute a rafforzare la connessione. Gli studi correlazionali, da soli, non permettono di distinguere i due processi.
Un contributo importante proviene quindi dagli studi sperimentali, tra cui la meta-analisi di Barragan-Jason e collaboratori, comprendente 147 studi correlazionali e 59 sperimentali, per un campione complessivo di oltre 70.000 partecipanti. 30 I risultati mostrano che la connessione persona-natura non è del tutto immutabile e che alcuni interventi possono contribuire ad accrescerla.
Ciò non significa che sia sufficiente trovarsi fisicamente in un ambiente naturale. Nella meta-analisi gli effetti più evidenti emergono anche da interventi che prevedono pratiche di attenzione consapevole. Inoltre, sia gli interventi brevi sia quelli più lunghi possono produrre incrementi immediati della connessione, mentre gli effetti rilevabili dopo almeno due settimane emergono negli interventi di maggiore durata. L’esperienza sembra quindi dipendere anche dal modo in cui viene costruita e ripetuta.
Una seconda meta-analisi, dedicata agli adulti, ha esaminato 36 studi con misurazioni precedenti e successive agli interventi, rilevando nel complesso un effetto positivo di media entità sulla nature connectedness. 31 Gli studi erano tuttavia molto eterogenei e non sono emerse differenze significative riconducibili al tipo di contatto, alla modalità di coinvolgimento o alla durata specifica dell’intervento; sono stati inoltre rilevati possibili segnali di publication bias. Le evidenze sostengono quindi la possibilità di modificare la connessione, senza individuare una formula unica attraverso cui ottenere tale risultato.
Anche la distinzione tra esperienza diretta e mediata richiede cautela. Fotografie, video e realtà virtuale possono produrre risposte psicologiche e incidere sulla connessione percepita, senza per questo risultare equivalenti all’esperienza diretta. Una recente meta-analisi sulla natura riprodotta in realtà virtuale immersiva ha infatti rilevato, nel confronto con ambienti naturali reali, un risultato complessivamente favorevole a questi ultimi; il numero ridotto degli studi e la loro ampia eterogeneità non consentono tuttavia conclusioni definitive. 32
Non è quindi necessario contrapporre esperienza diretta e mediazione tecnologica. Le evidenze disponibili indicano piuttosto che la connessione con la natura possiede una componente modificabile e che differenti forme di esperienza possono incidervi. Al momento, però, non esiste ancora una “ricetta” precisa e dai risultati garantiti per rafforzare o modificare il rapporto persona-natura.
Dimostrare che un’esperienza possa incidere sulla connessione percepita non significa, però, dimostrare che una maggiore connessione produca comportamenti di tutela ambientale. Per rispondere alla domanda di ricerca occorre quindi esaminare separatamente le evidenze sul rapporto tra nature connectedness e orientamenti pro-ambientali.
3.3 Nature connectedness e comportamenti pro-ambientali
Fino a che punto la nature connectedness può acquistare rilevanza nell’ambito della sostenibilità ambientale? Sentirsi parte della natura potrebbe infatti contribuire a rendere la sua tutela maggiormente coerente con il proprio sistema di valori e con la rappresentazione che ciascun individuo costruisce di sé stesso.
La letteratura mostra una relazione positiva tra connessione con la natura e comportamenti pro-ambientali. La meta-analisi di Mackay e Schmitt, basata su 75 studi correlazionali, ha rilevato un’associazione complessiva pari a r = 0,37: livelli più elevati di nature connectedness risultavano quindi associati a una maggiore frequenza dichiarata di comportamenti orientati alla tutela ambientale. 33
Un risultato analogo emerge dalla meta-analisi di Whitburn, Linklater e Abrahamse, condotta su 37 campioni e 13.237 partecipanti, che ha rilevato un’associazione media pari a r = 0,42. 34 Nel complesso, quindi, livelli più elevati di connessione risultano associati a un maggiore coinvolgimento dichiarato in pratiche pro-ambientali.
La categoria dei comportamenti pro-ambientali comprende tuttavia pratiche molto eterogenee e non può essere ricondotta a una singola tipologia di azione. Una recente revisione sistematica mostra, infatti, che la forza della relazione con la nature connectedness varia considerevolmente in base alle diverse tipologie di comportamento considerato.
La meta-analisi di Barragan-Jason e collaboratori offre un dato coerente: nei 147 studi correlazionali analizzati, livelli più elevati di human-nature connectedness risultavano associati a comportamenti pro-natura e a valori maggiormente orientati verso la sostenibilità ambientale. 35
Nel complesso, questi risultati sostengono l’esistenza di un’associazione tra connessione con la natura e orientamenti pro-ambientali, ma non ne stabiliscono la direzione causale. Una maggiore connessione potrebbe contribuire a determinate scelte, ma, allo stesso tempo, persone già sensibili alle questioni ambientali potrebbero cercare più spesso esperienze nella natura e rafforzare attraverso di esse la propria connessione.
Questa cautela è sostenuta anche dai risultati sperimentali esaminati da Mackay e Schmitt: gli effetti risultavano più deboli rispetto a quelli degli studi correlazionali e gli autori segnalavano possibili publication bias. L’associazione osservata non può quindi essere tradotta in un automatico rapporto causale diretto.
La nature connectedness può quindi essere considerata uno dei fattori associati agli orientamenti pro-ambientali, ma non una conditio sine qua non, né una garanzia di comportamento sostenibile. Le scelte individuali dipendono anche da fattori socioeconomici e contestuali. Un individuo può sentirsi profondamente parte del mondo naturale senza riuscire ad adottare comportamenti coerenti con tale percezione e, viceversa, può compiere scelte pro-ambientali per ragioni indipendenti da un’eventuale connessione.
Le evidenze esaminate delineano quindi due relazioni distinte: alcune esperienze possono contribuire a rafforzare il rapporto con la natura, mentre livelli più elevati di connessione risultano associati a una maggiore presenza di atteggiamenti e comportamenti pro-ambientali. I dati disponibili non permettono però di trasformare questi passaggi in una catena causale automatica.
Le evidenze considerate finora riguardano prevalentemente la natura in senso generale. Per provare a rispondere alla domanda di ricerca è necessario quindi verificare se il cielo notturno possa essere inserito in questo quadro e se esistano evidenze specifiche di una connessione psicologica con esso e con la sua tutela.
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4.1 Il cielo notturno come ambiente naturale
Il percorso affrontato finora ha considerato il cielo notturno come parte dell’ambiente nel quale l’esperienza umana si sviluppa, facendo emergere al tempo stesso la difficoltà di inserirlo nelle categorie tradizionalmente usate negli studi sul rapporto persona-natura. Il cielo, infatti, non appartiene al mondo vivente e non coincide con un luogo specifico. È necessario chiedersi se la sua osservazione possa essere considerata una forma particolare di esperienza della natura.
La difficoltà deriva anche dal significato attribuito al termine “natura”. Come già osservato nel primo capitolo, il concetto non possiede una definizione univoca e tende spesso a richiamare soprattutto elementi terrestri come vegetazione, fauna e paesaggi. Il cielo, pur essendo costantemente presente nell’ambiente percepito, può così rimanere ai margini di questa rappresentazione.
Tale marginalità è stata recentemente messa in discussione da Smalley, White e Hartig, che hanno richiamato l’attenzione sul ruolo del cielo negli studi dedicati all’esperienza della natura e al recupero psicologico. Gli autori lo descrivono come un elemento ancora sottorappresentato nella ricerca, nonostante la sua ubiquità e la possibilità che fenomeni atmosferici e astronomici offrano occasioni di relazione con i processi naturali. 36
Il cielo può quindi essere considerato una componente attiva dell’ambiente percepito e non soltanto come una cornice estetica. Durante la notte, tuttavia, la possibilità di farne esperienza dipende anche dall’inquinamento luminoso che, aumentando la luminosità del fondo cielo, riduce gli elementi astronomici percepibili a occhio nudo. Come già anticipato nel secondo capitolo, non viene modificata la presenza fisica degli astri, ma la possibilità di osservarli da un determinato ambiente.
Un dato particolarmente rilevante proviene dallo studio di Cortes Barragan e Meltzoff del 2024, che ha messo in relazione i livelli di inquinamento luminoso negli Stati Uniti con la frequenza dichiarata di wonder about the universe. A livello statale, un minore inquinamento luminoso risultava associato a valori più elevati di meraviglia verso il cosmo (r = 0,5). Quest’ultima era inoltre associata a diversi indicatori comportamentali di interesse per l’astronomia. 37
Il risultato non dimostra tuttavia che una maggiore visibilità delle stelle produca direttamente meraviglia o interesse scientifico. È il cielo buio a far germogliare la curiosità verso l’astronomia, o le persone già interessate all’argomento tendono maggiormente a cercare luoghi con un cielo meno inquinato? Al momento non possiamo stabilirlo con certezza. Gli autori sottolineano il carattere correlazionale dello studio e il fatto che i dati sono aggregati a livello statale, impedendo di stabilire la direzione della relazione. Lo studio mostra però che l’accessibilità al cielo stellato può essere indagata anche in ambito psicologico ed esperienziale.
La qualità del cielo visibile può quindi essere messa in relazione con le occasioni attraverso cui si sviluppano meraviglia, interesse e significato attribuito all’esperienza astronomica. Dobbiamo però stabilire se il rapporto con il firmamento possa essere studiato anche nei termini della nature connectedness.
4.2 Dalla nature connectedness alla night sky connectedness
La possibilità di sviluppare un legame specifico con il cielo notturno è stata affrontata direttamente da Barnes e Passmore che, nel 2024, hanno pubblicato il Night Sky Connectedness Index (NSCI). Lo studio nasce dalla constatazione che, nonostante il crescente interesse per la relazione persona-natura, l’esperienza della natura durante la notte è rimasta relativamente poco esplorata. 38
Un precedente è rappresentato dal lavoro di Bell e collaboratori, che nel 2014 usarono l’espressione Dark Nature per indicare l’ambiente naturale notturno e le attività che permettono di interagire con esso. In un piccolo studio pilota sull’osservazione astronomica, condotto su 29 partecipanti, livelli maggiori di connessione con la natura risultavano associati a una pratica più prolungata dello stargazing e all’osservazione della fauna durante l’attività. 39 Le dimensioni del campione non consentono di generalizzare i risultati, ma il lavoro ha avuto il merito di considerare esplicitamente l’osservazione del cielo come possibile esperienza della natura notturna.
Gli strumenti generali di misurazione della nature connectedness non erano però stati progettati per cogliere le caratteristiche specifiche del rapporto con il cielo. Barnes e Passmore hanno quindi sviluppato il NSCI, una scala di dodici item validata su 406 partecipanti, 115 dei quali coinvolti in una successiva rilevazione test-retest. L’analisi ha individuato due dimensioni, definite Connection e Protection.
La dimensione Connection riguarda il coinvolgimento soggettivo con il cielo notturno, inclusi aspetti quali il valore attribuito all’esperienza, il benessere percepito e il senso di appartenenza alla notte e al Cosmo. Protection si riferisce invece alla volontà di preservare l’oscurità naturale e proteggere il cielo dall’inquinamento luminoso. Le due dimensioni sono correlate, ma concettualmente distinte.
I risultati mostrano inoltre associazioni positive tra night sky connectedness, alcuni indicatori di benessere e felicità e misure più generali di connessione con la natura. Il rapporto con il cielo notturno sembra quindi condividere alcune caratteristiche con la più ampia relazione persona-natura, senza tuttavia coincidere necessariamente con essa.
Più articolato è il rapporto con l'inquinamento luminoso. Il punteggio complessivo del NSCI, infatti, risultava negativamente associato ai livelli di luminosità stimati nell’area di residenza dei partecipanti. Analizzando separatamente le due sottoscale, tuttavia, la relazione risultava significativa per Protection, ma non per Connection. Non è quindi possibile concludere che un cielo più inquinato comporti necessariamente una minore connessione emotiva con esso.
Il NSCI offre quindi uno strumento empirico particolarmente pertinente alla domanda di ricerca, ma non costituisce una risposta definitiva. Misura una relazione esistente e le sue associazioni con altre variabili, senza dimostrare che una singola esperienza osservativa possa produrre o incrementare la connessione. Gli stessi autori indicano tra i possibili sviluppi futuri l’utilizzo della scala per valutare interventi rivolti a ristabilire il rapporto tra persone e cielo notturno o a favorire i comportamenti responsabili rispetto all'illuminazione artificiale.
L'osservazione astronomica può essere collocata proprio in questo spazio aperto alla ricerca. L’esistenza di una connessione con il cielo misurabile empiricamente permette infatti di chiedersi quali caratteristiche dell’esperienza possano contribuire al suo sviluppo. Riuscire a individuare autonomamente gli oggetti celesti durante l’osservazione è in grado di cambiare la natura del rapporto con la notte?
4.3 Osservare il cielo: esperienza, meraviglia e relazione
Tra gli elementi che ricorrono negli studi dedicati al rapporto con il cielo assume particolare rilievo l’awe, un’emozione associata alla percezione di qualcosa che supera il consueto sistema di riferimento individuale.
Il suddetto termine, traducibile solo approssimativamente con “meraviglia” o “stupore”, assume nella letteratura psicologica un significato specifico. Keltner e Haidt ne individuano due caratteristiche fondamentali: la vastness, cioè la percezione di qualcosa di fisicamente o concettualmente più ampio rispetto al proprio abituale sistema di riferimento, e il need for accommodation, che emerge quando l’esperienza richiede una riorganizzazione dei propri schemi mentali. 40
Il cielo notturno possiede caratteristiche compatibili con entrambe le dimensioni, in quanto la sua vastità è insieme visiva e concettuale perché riconoscere un oggetto celeste e comprendere le distanze degli elementi osservati può modificare il significato dello stimolo percettivo. Conoscenza ed esperienza non sono quindi necessariamente contrapposte, poiché le informazioni pregresse possono contribuire a un cambio di prospettiva, trasformando un punto luminoso in un oggetto riconoscibile e collocabile in una realtà più vasta.
L’awe non può tuttavia essere considerata una conseguenza inevitabile dell’osservazione astronomica. Una recente revisione sistematica sul rapporto tra awe e comportamento pro-ambientale individua numerosi studi nei quali l’emozione è associata a risposte favorevoli alla tutela dell’ambiente, ma evidenzia anche una notevole eterogeneità negli stimoli, nelle misure e nei disegni sperimentali usati.41
Un confronto utile è offerto dall’Overview Effect, espressione usata per descrivere cambiamenti cognitivi, emotivi o comportamentali riportati in relazione alla visione della Terra dall'esterno. Una scoping review del 2026 ha esaminato 32 pubblicazioni comprendenti 34 studi relativi a esperienze di astronauti e tentativi di riprodurne alcuni aspetti attraverso simulazioni. Nei resoconti degli astronauti emergono cambiamenti nella percezione della Terra, emozioni auto-trascendenti e orientamenti verso la tutela del nostro pianeta; nelle simulazioni, invece, l'awe emerge con maggiore regolarità rispetto agli effetti pro-ambientali, che rimangono incerti. 42
Sono numerose le immagini che hanno permesso almeno in parte di condividere un tale cambio di prospettiva con l’umanità. Uno degli esempi più significativi è la cosiddetta Blue Marble, un’immagine della Terra ottenuta dall'equipaggio di Apollo 17 nel 1972. La storica immagine mostrava il nostro pianeta come un corpo isolato, dall’apparenza fragile, sospeso nello spazio come un’unica entità senza confini in cui tutti gli esseri viventi e gli habitat appaiono interconnessi attraverso un fragile equilibrio. L’immagine divenne rapidamente uno dei simboli del crescente movimento ambientalista degli anni Settanta. 43

Crediti: NASA/Johnson Space Center
Una simile svolta culturale è stata offerta nel 1990 dalla sonda Voyager 1, che realizzò il primo Ritratto del Sistema Solare visto dall'esterno, da una distanza di circa sei miliardi di chilometri dalla Terra. Quello che venne poi denominato Ritratto di Famiglia è in realtà un mosaico ottenuto da 60 fotogrammi e raffigurante sei pianeti del nostro Sistema Solare, tra cui la Terra, immortalata dal celebre close-up chiamato Pale Blue Dot. Il punto di vista offerto è simile a quello ottenuto grazie a Blue Marble, ma in questo caso il cambio di prospettiva appare ancora più estremo. Nel momento in cui realizziamo che ogni forma di vita e tutto ciò a cui teniamo si trova a bordo di un flebile “puntino blu” perso nello spazio, può emergere ancora di più l’esigenza di proteggerlo.

Il confronto non implica che osservare il cielo dalla superficie terrestre produca un vero e proprio Overview Effect. Le esperienze restano differenti, perché chi guarda le stelle dalla Terra non osserva il nostro pianeta dall’esterno. È però possibile porsi una domanda più circoscritta: l'osservazione astronomica può produrre una forma di decentramento della prospettiva?
Un cielo buio può rendere visibile per la prima volta ciò che l'inquinamento luminoso aveva sempre nascosto. Gli oggetti celesti possono entrare improvvisamente nell'esperienza concreta dopo essere esistiti per anni solo come immagini, informazioni o rappresentazioni. La novità non consiste nell’apprendere che quegli oggetti esistono, ma nel riconoscerli come parte del cielo del proprio ambiente.
L'osservazione astronomica potrebbe quindi suggerire un movimento prospettico inverso rispetto a quello dell’Overview Effect: non guardare la Terra dall’esterno, ma percepire la propria posizione all’interno di una realtà più vasta. Si tratta, allo stato attuale, di un’ipotesi interpretativa e non dell’identificazione di fenomeni psicologicamente equivalenti.
Anche gli studi che tentano di riprodurre artificialmente l’Overview Effect invitano alla prudenza. Un esperimento di realtà virtuale del 2024 ha suscitato awe senza produrre gli effetti ipotizzati sull'identità globale o sul comportamento pro-ambientale. L’esperienza emotiva, quindi, non consente da sola di prevedere comportamenti successivi.
4.4 Tra connessione e intenzioni di tutela
Provare meraviglia di fronte a un cielo stellato, percepirsi connessi ad esso e adottare comportamenti destinati a proteggerlo costituiscono fenomeni che possono essere associati, ma non sono intercambiabili. Diventa quindi necessario evitare una sovrapposizione tra emozioni, intenzione e comportamento.
La distinzione è evidente anche nel NSCI, che considera Connection e Protection come dimensioni separate. La loro relazione consente di studiare insieme connessione al cielo e intenzioni di tutela, senza assumere che la prima determini automaticamente la seconda.
La stessa cautela vale quando il discorso viene esteso alla sostenibilità ambientale. Le ricerche sull’Overview Effect mostrano infatti che emozioni come l’awe emergono con maggiore consistenza rispetto agli effetti sui comportamenti pro-ambientali. Un’esperienza emotivamente significativa non coincide quindi con l’azione che può seguirla.
Un’indicazione rilevante proviene dall’esperimento di Vasi e Paez-Arellano, condotto nel 2025 su un campione rappresentativo di 2.847 adulti statunitensi, a cui erano state mostrate diverse tipologie di video dedicati a clima ed energia. I contenuti costruiti solo sulla Blue Marble Awe non hanno prodotto effetti significativi sugli atteggiamenti pro-ambientali, mentre risultati più consistenti sono emersi combinando la componente emotiva con informazioni scientifiche o tecnologiche, o con il messaggio di un astronauta. 44 Gli esiti riguardano principalmente atteggiamenti e intenzioni dichiarate e non dimostrano effetti sui comportamenti effettivi.
Il risultato ridimensiona il ruolo della meraviglia senza renderlo irrilevante. L’awe può contribuire a dare significato all’esperienza, ma informazione, interpretazione e contesto continuano ad avere un ruolo. La questione diventa allora come accompagnare l’interesse suscitato dal cielo verso la comprensione della sua vulnerabilità.
Nel caso dell’inquinamento luminoso, proteggere il cielo non significa intervenire sugli oggetti astronomici, che non vengono danneggiati dalla luce artificiale terrestre, ma sulle condizioni ambientali che ne rendono possibile la percezione. La tutela può quindi riguardare ecosistemi notturni, oscurità naturale e possibilità umana di fare esperienza del cielo. È in questa convergenza che osservazione astronomica e tutela ambientale possono incontrarsi, senza attribuire allo stargazing effetti non ancora dimostrati.
Resta allora da comprendere quale ruolo possa assumere la comunicazione scientifica nel creare occasioni in cui conoscenza, esperienza e attribuzione di significato possano interagire.
4.5 Il ruolo della comunicazione scientifica
Il ruolo della comunicazione scientifica può essere pensato non solo come trasmissione di conoscenze, ma anche come costruzione delle condizioni che rendono possibile un incontro consapevole con il fenomeno osservato.
Questo aspetto assume una particolare rilevanza nella divulgazione astronomica, in cui gran parte degli oggetti studiati è accessibile attraverso strumenti, immagini, dati e modelli. Allo stesso tempo, una parte del cielo rimane accessibile in maniera immediata dalla superficie terrestre, anche a occhio nudo.
La comunicazione astronomica possiede inoltre una forte componente emotiva e visuale. Anjos, Russo e Carvalho mostrano come i professionisti della comunicazione astronomica riconoscano il coinvolgimento emotivo del pubblico e ricorrano frequentemente a immagini e narrazioni, rilevando al tempo stesso la persistenza di pratiche riconducibili al modello trasmissivo della comunicazione.45
Anche una maggiore ricchezza visuale non garantisce di per sé il coinvolgimento. Uno studio sperimentale del 2024 sulla comunicazione relativa alla missione del James Webb Space Telescope non ha rilevato un effetto diretto significativo della modalità di presentazione (testo, audio e video) sul livello di ispirazione. Un ruolo più consistente emergeva invece per il coinvolgimento emotivo e l’awe associati alla riflessione sull’esperienza e, attraverso questa, allo stato di ispirazione. 46
Un’indicazione complementare proviene dalla comunicazione climatica. Una meta-analisi del 2026, comprendente 71 pubblicazioni e 88 esperimenti, ha rilevato un effetto positivo, ma di piccola entità, delle strategie comunicative sui comportamenti favorevoli all’azione climatica. Le strategie basate sul coinvolgimento emotivo, tra cui storytelling e awe suscitata dalla natura, mostravano risultati mediamente più favorevoli rispetto alla sola presentazione di evidenze scientifiche. Pur trattandosi di un contesto differente, il risultato suggerisce che informazione ed esperienza emotiva possano svolgere funzioni complementari. 47
Alla luce di questi risultati è possibile reinterpretare anche le scelte alla base del Project Work Orientarsi con il cielo notturno: riscoprire pianeti e costellazioni nonostante l’inquinamento luminoso. Il percorso di comunicazione usa strumenti quali planetario, mappe stellari e illustrazioni originali per preparare e accompagnare progressivamente all’osservazione diretta e autonoma del cielo. La mediazione non viene quindi contrapposta all’esperienza, ma impiegata per fornire riferimenti che rendano riconoscibile ciò che verrà successivamente cercato nel cielo reale.

La presente tesi permette però di attribuire a questa struttura un significato ulteriore rispetto alla sola acquisizione di competenze astronomiche. L'autonomia osservativa potrebbe contribuire a trasformare il cielo da sfondo indistinto a elemento riconoscibile e significativo dell’ambiente. Non esistono evidenze sufficienti per affermare che imparare ad orientarsi nel cielo aumenti la night sky connectedness, ma il NSCI potrebbe essere usato in futuro per sottoporre questa ipotesi a verifica empirica.
Anche la struttura dialogica prevista dal Project Work acquista, in questa prospettiva, un significato peculiare. Esperienze pregresse, domande e osservazioni dei partecipanti entrano a far parte dell’attività, senza stabilire in anticipo quale debba essere la reazione individuale al cielo. Meraviglia, paura del buio, curiosità, disinteresse e disorientamento possono coesistere. Il ruolo del comunicatore è offrire conoscenze e strumenti interpretativi, per poi lasciare emergere una risposta autonoma.
La stessa tecnologia può essere integrata in funzione dell’obiettivo comunicativo, evitando una contrapposizione rigida tra esperienza diretta e mediata. Planetario, illustrazioni e strumenti digitali possono sostituirsi all’osservazione diretta oppure prepararla e facilitarla: la differenza risiede soprattutto nell'obiettivo per il quale si sceglie di impiegarli.
Questa impostazione è rilevante anche sul piano dell’accessibilità, in quanto il Project Work prevede strumenti portatili e attività adattabili a spazi e target differenti, incluse persone con disabilità o difficoltà motorie. L’obiettivo non richiede necessariamente il raggiungimento di località remote e perfettamente buie: anche il cielo urbano, pur impoverito dall'inquinamento luminoso, può diventare oggetto di osservazione o riconoscimento.
Il progetto potrebbe infine diventare un terreno sperimentale per le domande emerse nella trattazione. Una futura valutazione potrebbe affiancare alla verifica delle competenze astronomiche una misura come il NSCI, somministrata prima e dopo il percorso e, idealmente, anche a distanza di tempo. Sarebbe così possibile distinguere tra interesse astronomico, connessione percepita con il cielo, intenzioni di tutela ed eventuali comportamenti successivi.
La comunicazione scientifica non può garantire che osservare o riconoscere un oggetto celeste, o addirittura vederlo per la prima volta, renda una persona più predisposta a comportamenti pro-ambientali. Può però contribuire a creare occasioni nelle quali un elemento dell'ambiente precedentemente ignorato diventi visibile, comprensibile e personalmente significativo. Stabilire se da questa esperienza possa svilupparsi una connessione con il cielo e, attraverso di essa, un maggiore interesse per la sua tutela rimane una domanda empirica aperta.
Prosegui la letturaConclusioniConclusioni
La domanda di ricerca alla base del presente lavoro riguardava la possibilità di considerare l’osservazione del cielo notturno come una forma di esperienza diretta del mondo naturale, capace di contribuire alla connessione persona-natura e, indirettamente, a un orientamento verso la sostenibilità ambientale. La letteratura analizzata non consente una risposta categorica, ma permette di distinguere i diversi passaggi implicati in questa ipotesi e di individuare quali siano sostenuti dalle evidenze disponibili.
Un primo elemento riguarda la collocazione del cielo all’interno del concetto di natura. Esso non appartiene al mondo vivente al quale si riferisce l’ipotesi della biofilia e non coincide con un luogo specifico, pur contribuendo alla sua percezione. Le condizioni che ne permettono l’osservazione dipendono però dall’ambiente terrestre e possono essere profondamente modificate dall’attività umana. Considerarlo solo come oggetto di conoscenza astronomica rischia quindi di trascurarne la dimensione esperienziale.
Le ricerche più recenti mostrano inoltre che la relazione soggettiva con il cielo può essere studiata empiricamente. Il Night Sky Connectedness Index costituisce, in questo senso, un contributo particolarmente rilevante e la sua associazione con misure più generali di nature connectedness suggerisce che il rapporto con il cielo non sia estraneo alla più ampia relazione persona-natura. Ciò non dimostra, tuttavia, la causalità di tale connessione.
Questa prospettiva amplia il significato attribuito all'inquinamento luminoso. La luce artificiale notturna può alterare ritmi circadiani e comportamenti di numerose specie e modificare gli ecosistemi, intervenendo anche sulle condizioni di esperienza degli esseri umani. Gli astri continuano ad esistere sopra un ambiente urbano illuminato, ma possono scomparire dalla percezione di chi lo abita. La perdita riguarda quindi anche la possibilità di incontrare una parte dell'ambiente, riconoscerla e attribuirle significato.
La scomparsa del cielo stellato dall’esperienza quotidiana può essere accostata, con cautela, al problema dell’extinction of experience: la progressiva riduzione delle occasioni di incontro può rendere più difficile riconoscere ciò che è stato perso. L’applicazione del concetto al cielo resta tuttavia un’analogia e richiede ulteriori verifiche.
Il recupero della visibilità, tuttavia, non è sufficiente, in quanto trovarsi sotto un cielo buio non produce necessariamente meraviglia, provare awe non determina in automatico una maggiore connessione e sentirsi connessi non garantisce comportamenti pro-ambientali. Le relazioni individuate dalla letteratura sono complesse e multifattoriali e il passaggio dall'esperienza della notte alla sua tutela non può quindi essere rappresentato come una catena causale inevitabile.
Questo limite non rende irrilevante l'esperienza. Osservare direttamente il cielo può costituire un’occasione attraverso cui una parte dell'ambiente diventa percepibile e significativa, mentre la conoscenza astronomica può contribuire a interpretare ciò che viene osservato. Riconoscere a occhio nudo un oggetto precedentemente conosciuto attraverso altri strumenti può modificare il significato attribuito all’esperienza.
In questo quadro si inserisce il Project Work Orientarsi con il cielo notturno: riscoprire pianeti e costellazioni nonostante l'inquinamento luminoso. L’autonomia osservativa può essere interpretata non solo come acquisizione di una competenza, ma come possibilità di rendere il cielo progressivamente riconoscibile e familiare. Gli strumenti di mediazione mantengono un ruolo preparatorio, aiutando il partecipante a riconoscere autonomamente ciò che osserverà nel cielo reale.
Il progetto si presta inoltre a una futura valutazione sperimentale, in quanto l’utilizzo del NSCI prima e dopo il percorso, eventualmente accompagnato da rilevazioni successive, potrebbe consentire di distinguere tra acquisizione di competenze, interesse astronomico, connessione percepita con il cielo ed eventuali futuri comportamenti pro-ambientali.
In conclusione, l'osservazione astronomica può essere interpretata come una forma particolare di esperienza diretta del mondo naturale e la letteratura disponibile rende plausibile considerarla una possibile occasione di connessione con esso. Non esistono invece evidenze sufficienti per sostenere che questa esperienza produca, da sola, atteggiamenti o comportamenti pro-ambientali. I collegamenti tra osservazione, connessione e tutela dipendono da molteplici caratteristiche individuali e contestuali e richiedono ulteriori verifiche sperimentali.
In questa finestra di possibilità si inserisce il ruolo del comunicatore scientifico. Non siamo in grado di stabilire quale reazione susciterà l’osservazione del cielo, né quali conseguenze avrà, ma è possibile fornire strumenti che permettano di vedere, riconoscere e comprendere ciò che prima passava inosservato. La comunicazione scientifica può così contribuire a restituire l'accesso esperienziale a una parte dell'ambiente resa progressivamente meno percepibile dai cambiamenti di origine antropica.
Ricostruire il rapporto con il cielo non porta necessariamente a adottare comportamenti più sostenibili. Può consentire, però, di tornare a riconoscere la notte e il buio come parte dell’ambiente di cui facciamo esperienza e il cielo come un elemento con cui è ancora possibile entrare in relazione. L’inquinamento luminoso mostra quanto sia possibile perdere progressivamente questa esperienza senza che ciò che stiamo smarrendo scompaia davvero: gli oggetti celesti restano sempre sopra di noi, ma possiamo smettere di percepirli come parte del nostro mondo. Il primo passo per desiderare di proteggere qualcosa potrebbe forse essere proprio questo: riuscire nuovamente a vederlo.
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